mercoledì 9 giugno 2010

Bergonzoni Festival Filosofia 1 "Sulla fantasia"

mercoledì 26 maggio 2010

LE RAGIONI DEI SENTIMENTI PER UNA CIVILTÀ DEGLI AFFETTI

La Repubblica — 25 maggio 2010 - Michela Marzano-

Tutto ciò che accade ci tocca. Attraverso il filtro della nostra affettività. Attraverso una rete sottile di emozionie di passioni che rinviano alla nostra intimità, ma che si trasformano a seconda del contesto sociale nel quale viviamo. Affetti ed emozioni parlano in prima persona. Ma si esprimono sempre all' interno di una trama di significati che sfugge al nostro controllo. Quando entriamo in relazione con gli altri, non possiamo mai uscirne completamente indenni. La nostra affettività si scontra con la realtà del mondo. Con la materialità del nostro corpo. Con la resistenza che gli altri oppongono al nostro desiderio. E il mondo non esita ad addomesticare la vita obbligandoci, molto più spesso di quanto non si creda, a reprimere i nostri sentimenti, a renderci conformi alle aspettative degli altri, a sottometterci al giudizio della società. Che si tratti della gioia o del dolore, l' espressione dei nostri affetti dipende dagli usi e dai costumi della comunità cui apparteniamo. Anche il piacere e il desiderio non sfuggono mai completamente al rimprovero di coloro che ci circondano: le nostre emozioni devono emergere rispettando i codici culturali del gruppo cui apparteniamo. Lo sguardo attento dei nostri genitori, dei nostri figli, dei nostri partner e dei nostri colleghi ci spinge all' uniformità. Come conciliare allora autenticità e conformismo, unicità e identità, passioni e ragioni? L' affetto è un moto dell' anima. Un movimento spontaneo. È attraverso gli affetti che ci leghiamo a qualcuno o a qualcosa. Che si tratti di un' azione, di un evento o di un semplice gesto, tutto quello che facciamo possiede una coloritura affettiva. La tenerezza, l' attaccamento, la devozione, l' amore, la rabbia, l' invidia, la gelosia... tutto rinvia all' affettività, ai processi di strutturazione psichica che cominciano al momento della nascitae si prolungano poi per tutta la vita. L' affetto si vive, si sente. Più di quanto non si pensi e non si dica. Anche quando ci sforziamo di tradurre in parole quello che proviamo. Anche quando la parola cerca di contenere i nostri affetti per evitare che sfuggano, per investirli della nostra soggettività. Anche quando il discorso si sforza di "trattenere" l' istante per fornirgli la traccia di un' iscrizione. Ma come vivere e sentire i propri affetti quando le norme sociali e familiari sembrano volerli addomesticare? Le regole le conosciamo tutti. Ognuno di noi sa che, per poter vivere nel mondo, deve imparare a costruire relazioni durabili e deve opporsi alla vacuità degli affetti. Ognuno di noi è consapevole che, per non essere considerato schiavo delle proprie passioni, deve evitare di cedere agli eccessi delle emozioni, imparando che solo la ragione e l' esperienza ci permettono di distinguere il Bene dal Male. Crescere significa fondare una famigliae accettare le regole del vivere-insieme. Maturare, quando si è una donna, significa assumere ciò che alcuni continuano a chiamare la "necessità biologica" del procreare e del prendersi cura dei figli. (...) La vita è movimento. È nel movimento che ognuno di noi esprime la potenza del proprio essere e cerca di lasciare una traccia di sé, attraverso i propri gesti e i propri discorsi. Parole e affetti si incrociano costantemente: parole che dicono gli affetti; affetti che fanno le parole. «Dietro ogni pensiero si nasconde un affetto», scriveva Nietzsche. I nostri pensieri sono sempre segni di un gioco più grande di noi, di una lotta di affetti e di emozioni che non possiamo controllare. A differenza di Cartesio, secondo il quale la forza dell' anima consiste nel vincere le emozioni e arrestare i movimenti del corpo che le accompagnano, Nietzsche considera gli affetti come le radici profonde del nostro agire. Il nostro essere al mondo, per Nietzsche, è sempre caratterizzato da mutevoli tonalità affettive, anche quando non ne capiamo il significato profondo. Lo stato di servitù nel quale si trova l' uomo non è legato alla dipendenza emotiva. Al contrario. La servitù è il prezzo che si paga quando ci si illude di poter controllarei nostri affetti, quando si pensa che la ragione deve essere sovrana, quando si cerca la saggezza estendendo il dominio del pensiero chiaro e distinto. «La ragione è e deve essere schiava della passioni», aveva già detto Hume. La repressione degli affetti ha come conseguenza immediata lo sviluppo delle nevrosi, spiegherà più tardi Freud. Vivere significa essere nell' azione, aderire all' esistenza, adottare un' attitudine particolare. La vita non ha un significato univoco. Ha il senso che ciascuno di noi è capace di darle. «Ama la vita più del suo senso, e anche il senso ne troverai», scrive Dostoevskij nei Fratelli Karamazov. Ma come trovare il senso della vita quando le norme sociali l' addomesticano, quando la famiglia e la società non permettono ai nostri affetti di emergere liberamente? È possibile vivere in società senza sradicare definitivamente i nostri affetti? Ogni essere umano ha un percorso storico complesso. Nessuno di noi è un semplice agente razionale, capace di scegliere e agire solo dopo aver calcolato in modo esatto i costi e i benefici delle proprie azioni. Quando entriamo in relazione con gli altri, lo facciamo sempre a partire dalla nostra interiorità affettiva. Che piaccia o meno, siamo tutti in balia dei nostri affetti e delle nostre emozioni. Anche se l' "astuzia della ragione" consiste nel farci credere che sappiamo sempre, dall' inizio alla fine, ciò che vogliamo, esiste un' opacità strutturale del nostro desiderio che ci impedisce di sapere veramente quello che vogliamo, di volere veramente quello che diciamo di volere. (...) Nonostante tutto, la questione cruciale che si pone di fronte ognuno di noi è sempre la stessa: come conciliare ragione e sentimenti? Come contenere i nostri affetti senza addomesticare la vita? Come vivere in società senza rinunciare ai nostri desideri? «Ai posteri l' ardua sentenza», scriveva Manzoni. Cerchiamo, però, di non dimenticare mai che tutto ciò che accade ci tocca, ci emoziona, è un moto dell' anima,e che, nonostante tutto, dietro ogni pensiero si nasconde un affetto. -

mercoledì 17 marzo 2010

Le bianche spiagge della costa del sé

Da: "L’invito all’ascolto della vita", di Oriah Mountain Dreamer


"Non mi interessa ciò che fai
per guadagnarti da vivere,
voglio sapere per che cosa soffri,
e se osi sognare di incontrare i desideri intensi
del tuo cuore.

Non mi interessa sapere quanti anni hai,
voglio sapere se rischieresti di passare per pazzo
per amore,
per i tuoi sogni,
per l'avventura di essere vivo.

Non mi interessa sapere quali pianeti
sono in linea con la tua luna,
voglio sapere se hai trovato il nucleo della tua tristezza,
se i tradimenti della tua vita ti hanno aperto,
o se ti sei raggrinzito e chiuso
per paura di ulteriore dolore.

Voglio sapere se puoi essere con gioia,
mia o tua;
se puoi danzare una danza selvaggia,
e lasciare che l'estasi ti pervada dalla punta delle
mani alla punta dei piedi,
senza dirti di stare attenta,
di essere realistica,
o ricordandoti i limiti della natura umana.

Non mi interessa sapere se la storia
che tu mi racconti sia vera o no,
voglio sapere se sei in grado
di fare dispiacere ad un altro
per essere sincero con te stesso,
se sai sopportare le accuse di tradimento
e non tradire la tua anima.
Voglio sapere se puoi essere
leale
e, per questo, degno di fiducia.

Voglio sapere se puoi vedere la bellezza
anche quando non è evidente
e se puoi far sorgere la tua
vita
dalla sua presenza.

Voglio sapere se puoi vivere con il fallimento,
mio o tuo,
e stare sempre sulla riva del lago
e gridare "sì" all'argento della luna piena.

Non mi interessa sapere dove vivi
e quanti soldi hai,
voglio sapere se puoi alzarti
dopo una notte di tormento e di disperazione,
ferito e consumato fino alle ossa,
e fare ciò di cui i tuoi bambini hanno bisogno.

Non mi interessa chi sei
e come mai sei qui,
voglio sapere se puoi stare in mezzo al fuoco con me,
e non tirarti indietro.

Non mi interessa sapere, dove, cosa,
o con chi hai studiato,
voglio sapere cos'è che ti sostiene al tuo interno,
quando tutto il resto cade a pezzi.

Voglio sapere se puoi stare solo con te stesso,
e se ami la tua compagnia nei momenti vuoti. "

mercoledì 17 febbraio 2010

“Una guida per orientarsi nel mondo dell’impresa” di Barbara Costantini Rivista Econerre, no. dicembre 2009

Un’occasione di arricchimento, professionale e personale, oltre che di confronto di esperienze attraverso le testimonianze di alcuni tra i più autorevoli esponenti internazionali dell’economia e del management. È la consolidata modalità formativa del Programma internazionale di sviluppo delle competenze economiche e manageriali, organizzato dal Ctc (Centro di formazione manageriale e gestione d’impresa della Camera di commerciodi Bologna) che nel 2009 ha tagliato il traguardo dell’ottava edizione.

Sono stati sei gli incontri che hanno permesso a manager, che svolgono la propria attività professionale nell’ambito della direzione aziendale e della gestione delle risorse umane, di ascoltare alcuni tra i più noti esperti della cultura d’impresa sulle dinamiche economiche, organizzative e gestionali supportate dalle scienze manageriali: Carlos Salum ha illustrato le modalità per strutturare una prestazione eccellente attraverso il modello “Top peak performance”, David Croson ha dato un’occasione per riflettere sulle strategie di management per la competitività aziendale, mentre Douglas Anderson ha approfondito i legami tra leadership e cambiamento negli scenari critici. La Motivazione e automotivazione manageriale sono stati i temi del seminario di Robert Dilts, mentre Jan Ardui ha esaminato il coaching per ottenere il meglio da sé e dai collaboratori. Infine, la lectio magistralis di Robert Solow, Premio Nobel 1987 per l’Economia ha concluso il ciclo.

Robert Dilts

“Anche il manager deve essere un leader”

Diverso l’approccio e il tema trattato da Robert Dilts che richiama l’attenzione sul fatto che, nel business e nelle organizzazioni, la leadership viene spesso contrapposta al management: il secondo viene inteso come “la realizzazione di cose attraverso gli altri”, mentre la prima viene definita come “la modalità per la quale gli altri desiderano realizzare le cose”; risulta evidente come la leadership sia connessa al motivare e influenzare gli altri, ossia le persone al lavoro.

Se il management viene solitamente associato all’aumento di produttività, al mantenere l’ordine e la stabilità, la leadership diventa necessaria quando i tempi sono caratterizzati da turbolenza, trasformazioni sociali e cambiamenti in genere, come la fase che stiamo attraversando.

Diventa allora strategico, “essere proattivi nella gestione del cambiamento, tenendo in considerazione i diversi livelli (interni/esterni) dei fattori coinvolti nel processo, quindi nella motivazione: ambiente (minacce/opportunità che i singoli e le organizzazioni devono riconoscere); comportamenti (specifiche azioni rivolte al risultato); capacità (mappe mentali e strategie per ottenere i risultati); convinzioni e valori (supportano o inibiscono le capacità e le azioni); identità (legata al senso che ciascuno di noi ha del proprio ruolo o missione (vedi ad esempio i concetti di “ego” e “anima”); spiritualità (legata alla visione delle persone circa il “sistema” più ampio di cui fanno parte.

Robert Dilts definisce la motivazione come quell’investimento di energia e azione che prende la forma di mostrare con passione il proprio coinvolgimento: provare piacere nel fare le cose, fare del proprio meglio. Un aspetto chiave della motivazione è l’abilità di avere un “riferimento interno”, ossia quel processo per cui una persona utilizza i sentimenti più profondi, le rappresentazioni e i criteri personali come fonte primaria delle proprie azioni e per valutare il successo delle stesse: è così che ci auto-motiviamo e assumiamo la responsabilità del nostro comportamento. Fra i fattori indicati, le convinzioni e i valori “sono i principali motori della motivazione e sono inoltre espressione della nostra identità, sia come individui che come organizzazioni”. L’identità per Dilts “può essere vista nei suoi due aspetti complementari: l’ego e l’anima. L’ego è orientato alla sopravvivenza, al riconoscimento e all’ambizione, l’anima si muove verso l’obiettivo più ampio, l’essere e il contribuire”.

Entrambe le forze devono essere integrate fra loro; la dinamica fra le due agisce in modo similare nelle organizzazioni. L’ “ego” di un’impresa è rappresentato dagli azionisti, la cui preoccupazione è rivolta principalmente alla sopravvivenza e profittabilità: ciò si riflette nell’ambizione dell’organizzazione e dei suoi membri in termini di status e livelli di performance. L’ “anima” è il valore che l’organizzazione offre ai clienti e al più ampio ambiente fisico e sociale in cui è situata: questo viene creato dalla visione, dal contributo unico e dalla missione relativamente ai sistemi in cui l’organizzazione è inclusa.

Quali sono, secondo il trainer americano specializzato nel campo della programmazione neuro-linguistica, le convinzioni di base necessarie per il successo e quindi per un cambiamento anche in tempi di crisi? “Essere convinti che l’obiettivo è desiderabile e utile, che è possibile raggiungerlo, che le azioni necessarie sono appropriate ed ecologiche, che abbiamo le capacità per ottenere l’obiettivo, insieme alla responsabilità e al fatto di meritare il successo”. L’ulteriore passaggio fondamentale sottolineato da Dilts – a cui forse i manager sono poco abituati – è quello di verificare sempre, come griglia di autovalutazione, se le convinzioni personali – e quindi il cambiamento auspicabile – vedano uniti “testa, cuore e pancia”.

Jan Ardui

“Quel filo sottile che lega eccellenza e debolezza”

Jan Ardui, psicoterapeuta della Gestalt e trainer internazionale di programmazione neuro-linguistica, ha mandato un messaggio forte: “Conoscere il meglio di sé e degli altri significa sapere i limiti e i punti critici, perché eccellenza e debolezza sono in relazione”. Durante un lavoro di consulenza alla Hewlett Packard – svolto nell’arco di quattro anni – il consulente belga ha osservato e analizzato le modalità di cinque top manager (uomini e donne), sia nel lavoro che in ambito personale, per trovare un modello (pattern) e un legame che li unisca.

Che cos’hanno in comune queste persone eccellenti? Secondo Ardui, innanzitutto sono capaci di combinare due elementi apparentemente scissi: disciplina nel management e un incredibile bisogno di libertà; in un certo senso utilizzano anche i loro punti deboli nel ruolo che ricoprono.

L’idea sottostante è che se mostro le debolezze, evito di sprecare energie importanti nell’atto di nasconderle; questi manager trasformano il ruolo in relazione a se stessi e non viceversa, quindi sono coerenti: quanto di me è coinvolto nel mio ruolo?” Ecco allora che viene chiarito il concetto di mediocrità come quel livello in cui “non si fa la differenza” – né come persona né come manager – perché non si consente il fallimento; perciò se non sopporto di fallire, resterò nella mediocrità”. Il coaching, insegna Ardui, “è un processo che aiuta a mettere in luce le qualità e le debolezze di una persona, per poi sostenerla nell’utilizzare tutto ciò che essa è, anche nel ruolo professionale”. La sfida per il coach è creare quello spazio in cui dare al cliente (spesso un manager) la possibilità di fallire: se non so gestire il mio fallimento, non saprò farlo con quello degli altri (i collaboratori) o, addirittura, non lo riconoscerò come tale.

Ardui – sempre alla luce della sua esperienza come coach e consulente- indica quindi quattro direttrici alla base dei livelli di eccellenza: libertà vs. disciplina, performance vs. allineamento. Quest’ultimo è rappresentato da una sorta di coerenza fra “chi sono io” e “chi posso essere”. Viene inoltre sottolineato come l’impegno costante in termini di studio e applicazione rimanga fondamentale affinché il modello regga e le persone siano eccellenti.

Come tenere insieme quanto detto con le sfide attuali che vengono da un ambiente così mutevole? La risposta sta nel riuscire a creare, da parte del manager-coach, un ambiente in cui sia possibile apprendere, utilizzando diverse tipologie di feedback: riflessivo (osservo cosa è presente, “vedo” chi sono realmente i miei collaboratori), positivo (supporto e riconosco le azioni di successo) e infine negativo (devo avere il coraggio di fare critiche se qualcosa è andato storto, facendo attenzione a non screditare l’identità della persona, ma basandomi sull’operato). La frase chiave riassuntiva di un manager- coach potrebbe essere “so chi sei, ti vedo e ti sfido nella tua performance”. Jan Ardui rileva che il processo di coaching consiste essenzialmente proprio nel dare i feedback menzionati: il punto è che -anche in Italia- tutti parlano di feedback, ma nessuno li dà!

lunedì 8 febbraio 2010

Repubblica 8.2.10 Quando sognavamo Giustizia e Libertà di Beniamino Placido


Carissima Barbara, ho voglia di raccontarti tantissime cose (due o tre almeno) ma non so da che parte incominciare. Comincerò allora con un fatto antico, antichissimo, quasi un episodio d´infanzia: che potrebbe, dovrebbe (vorrebbe?) commuoverti.
Nei primissimi anni del dopoguerra c´era in Italia una cosa bellissima: il Partito d´Azione. In Lucania l´aveva fondato zio Valentino, con altri giovani antifascisti. Altri antifascisti – giovani o meno giovani – l´avevano fondato in tutta Italia. Il Partito d´Azione veniva fuori da una tradizione degnissima. Dal gruppo di "Giustizia e Libertà"; che era stato fondato da Carlo e Nello Rosselli, due meravigliosi antifascisti fiorentini, che il Fascismo aveva fatto uccidere: esuli in Francia. Il Partito d´Azione è stato l´unico gruppo politico organizzato a fare del vero attivo antifascismo, durante il ventennio, accanto al Pci. I suoi rappresentati avevano fondato il Non Mollare, quando tutti mollavano. Poi andarono, uno dopo l´altro, in galera e ci rimasero per un bel po´. Ernesto Rossi, l´economista ( autore di Abolire la miseria; I padroni del vapore, Settimo non rubare) anche per tredici anni di fila.
Chi ha fatto la resistenza? Due gruppi politici: i comunisti e gli "azionisti" (che venivano anche chiamati sprezzantemente "visipallidi" perché non avevano la faccia contenta e biscottata alla Berlusconi). In che cosa gli "azionisti" erano diversi dai comunisti? In questo: volevano la Giustizia, ma volevano anche la Libertà.
Benedetto Croce diceva che non era possibile. Che se tu vuoi proprio la Giustizia, l´Uguaglianza, finirai fatalmente col rinunciare alla libertà. Farai la fine della Russia di Stalin. Gli "azionisti" erano fermamente avversi alla Russia di Stalin. Mai, neppure per un momento, cedettero alle fiabesche sciocchezze che sulla Russia comunista i comunisti italiani allora dicevano. E che si sono dimostrate sanguinosamente false.
Questo li rendeva invisi a Dio ed ai nimici sui. Ai conservatori come ai comunisti ortodossi (con i quali conservarono però sempre un rapporto di affettuosa, rissosa familiarità). Nel Partito d´Azione militavano tutti (o quasi tutti) gli intellettuali italiani di quegli anni. Quelli grandi, di cui non ti faccio i nomi perché non ti direbbero nulla (De Ruggiero, Omodeo, Arturo Carlo Jemolo, Calamandrei, Codignola) e tanti altri più piccoli. Anche per questo, anche per questo prestigio, il Partito d´Azione ebbe subito fortuna, in tutto il Paese. Che aveva contribuito a liberare dai fascisti e dai nazisti.
Pensa che a Rionero, paesino di dodicimila abitanti, la sezione fondata da zio Valentino contava seicento iscritti. Poi cosa accadde? Accadde che questi intellettuali si misero a litigare fra di loro. Arrivò la scissione, consumata in un dolorosissimo, drammaticissimo congresso a Roma, al Teatro Italia (che si trova intorno a Piazza Bologna).
Il Partito d´Azione si sciolse. I suoi rappresentati più bravi si distribuirono tra i vari partiti della sinistra italiana. E vi hanno fatto le cose migliori. Cosa sarebbe stato il Partito Repubblicano italiano senza Ugo La Malfa? Cosa sarebbe stato il Partito Socialista italiano (quello di Nenni, non quello attuale di Craxi) senza Riccardo Lombardi? E questi nomi forse ancora dicono qualcosa (spero) a quelli della tua generazione.
Il Partito d´Azione si sciolse, ma non si dissolsero nel nulla i suoi componenti: anche quelli più piccoli, in ogni senso. Continuarono ad operare nella società civile, dentro e fuori i partiti, dentro e fuori le Università, dentro e fuori i sindacati. Mai rassegnandosi all´ondata di restaurazione che intanto era arrivata. La prima delle tante ondate di restaurazione che di tanto in tanto affliggono il nostro Paese. Ondata di restaurazione propiziata da un enorme imperdonabile errore del Partito comunista di allora: presentandosi come paladino della Russia di Stalin – che aveva impiccato abbondantemente, che continuava ad impiccare allegramente – i comunisti resero più agevole l´inondazione democristiana del 18 aprile 1948. Inondazione che perdura; dalla quale cerchiamo faticosamente di riemergere.
Fra quegli "azionisti" c´era anche il tuo papà: piccolo, piccolissimo allora; piccolo, piccolissimo sempre. E che non ha mai dimenticato quel giorno lontano. Quando la notizia ufficiale dello scioglimento arrivò. Quando la sezione del Partito d´Azione di Rionero fu chiusa. Quando quelle bandiere gloriose, ardimentose (le bandiere del Partito d´Azione erano rosse, con lo stemma di G. iustizia e L. ibertà) nel mezzo: gli azionisti si chiamavano "compagni") si ammonticchiarono nel cortile della nonna: dove erano state portate amorosamente da zio Valentino. E poi furono mandate al macero. Mai dimenticato.
Perché morì il Partito d´Azione? Ce lo si è chiesto molte volte. Dedicò all´interrogativo le sue riflessioni Palmiro Togliatti. Forse abbiamo una spiegazione. Che potrebbe interessare l´antropologo. Morì perché terribilmente astratto. Composto da intellettuali, aveva l´intellettualistica convinzione che gli uomini fossero fatti di sola razionalità. E che quindi bastasse fare appello alla loro ragione per convincerli a votare. Gli uomini (tutti gli uomini e tutte le donne: anche noi, non solo "gli altri") sono fatti anche di miti, di pulsioni profonde e inconfessabili, di ambizioni, di interessi. In una cosa invece il Partito d´Azione aveva ragione. Così come «non si fa la poesia con i sentimenti, ma con le parole» (l´ha detto Paul Valery) non si costruisce la società giusta con i sentimenti, siano pure i più nobili, ma con le articolazioni istituzionali.
Ed è questo che avrei voluto dire agli studenti dell´Università di Roma; è questo che vorrei dire a tutti coloro che stanno dentro a questo dibattito sulla nuova sinistra da costruire: a quelli del no, a quelli del sì, a quelli del forse. Lo avrei detto – tanto per cambiare – nella forma di un raccontino. Che si riferisce anch´esso – tanto per non cambiare – alla mia "infanzia" lucana. Il racconto ha una premessa. La seguente. Non è che sia venuta meno in noi la voglia di volare. Negli "azionisti" non viene mai meno. E adesso tu sai che tuo padre è un "azionista": non nel senso finanziario del termine, fortunatamente. No, la voglia di volare alto, di non strisciare per terra, di non vegetare, è sempre quella. Ma come si fa a volare? Quand´eravamo ragazzi, a Potenza, ci pensavamo sempre, talvolta ne parlavamo. Una volta, passeggiando passeggiando, ci trovammo sul ponte di Montereale, che è altissimo e maestoso. Uno di noi, che si chiamava Brucoli – e quindi era della dinastia dei gelatai di Potenza, e quindi apparteneva alla buona società potentina – ad un certo punto si affacciò dalla spalletta del ponte, guardò in giù (cinque metri di altezza). Poi prese il suo bastone – si poteva permettere di andare in giro con un bel bastone liberty fra le mani – e lo buttò. Poi chiese a noi – che con lui ci eravamo affacciati a guardare nella valle sottostante – ha volato il mio bastone? Si è fatto forse male? E allora volerò anch´io. Si buttò giù, e si ruppe tutte e due le gambe.
La voglia di volare – generosa e legittima – che animava i comunisti classici, che anima oggi alcuni gruppi di studenti, rassomiglia a questa. Non porta da nessuna parte. Solo ai disastri, personali o collettivi. Abbiamo imparato poi a volare. Ma rispettando le leggi di gravità, non violandole. Ma rassegnandoci ad essere – paradossalmente – più pesanti dell´aria, senza illuderci di poter mai diventare più leggeri. Ma costruendoci dei dispositivi artificiali e complessi: estremamente artificiali, estremamente complessi. Che non ci danno la soddisfazione del volo umano, ma ci fanno andare per aria, a rispettabile velocità.
E non è questa la civiltà, non è questo il progresso? La civiltà è una continua costruzione di protesi, un assiduo artigianato ortopedico. Per correggere l´inuguaglianza di partenza nel senso dell´uguaglianza; per correggere le ingiustizie di base nel senso della giustizia. Non ci si può aspettare che la libertà di stampa arrivi solo perché da qualche parte qualcuno si illude di aver costruito, o trovato, o inventato l´"uomo nuovo". Solo perché è stato eliminato il capitalismo. Come pensavano i comunisti dell´altro ieri. Come pensavano quegli studenti di ieri. Questo vale a maggior ragione per la libertà di stampa: che si costruisce – e si custodisce – non con gli esorcismi verbali all´indirizzo del capitalismo, ma con un artigianale lavoro di revisione delle leggi. Tenendo conto di resistenze, inerzie, interessi, eccetera.

Cara Barbara, non sono sicuro che questi uomini di sinistra del "forse" siano migliori di quelli del "sì", e di quelli del "no". Però sono la mia cultura, la mia biografia, la mia storia, hanno qualcosa del vecchio (e mai morto) spirito azionista. Provarci sempre, non cedere mai. Senza paura di fare. Senza paura di sbagliare.
Un abbraccio
dal tuo papà
Roma, domenica 11 febbraio 1990

lunedì 30 novembre 2009

"Figlio mio, lascia questo Paese" di PIER LUIGI CELLI

Da La Repubblica, 30.11.09

Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo. È per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio.


Puoi solo immaginare la sofferenza con cui ti dico queste cose e la preoccupazione per un futuro che finirà con lo spezzare le dolci consuetudini del nostro vivere uniti, come è avvenuto per tutti questi lunghi anni. Ma non posso, onestamente, nascondere quello che ho lungamente meditato. Ti conosco abbastanza per sapere quanto sia forte il tuo senso di giustizia, la voglia di arrivare ai risultati, il sentimento degli amici da tenere insieme, buoni e meno buoni che siano. E, ancora, l'idea che lo studio duro sia la sola strada per renderti credibile e affidabile nel lavoro che incontrerai.
Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l'affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza.

Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all'attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai. E' anche un Paese in cui, per viaggiare, devi augurarti che l'Alitalia non si metta in testa di fare l'azienda seria chiedendo ai suoi dipendenti il rispetto dell'orario, perché allora ti potrebbe capitare di vederti annullare ogni volo per giorni interi, passando il tuo tempo in attesa di una informazione (o di una scusa) che non arriverà. E d'altra parte, come potrebbe essere diversamente, se questo è l'unico Paese in cui una compagnia aerea di Stato, tecnicamente fallita per non aver saputo stare sul mercato, è stata privatizzata regalandole il Monopolio, e così costringendo i suoi vertici alla paralisi di fronte a dipendenti che non crederanno mai più di essere a rischio.

Credimi, se ti guardi intorno e se giri un po', non troverai molte ragioni per rincuorarti. Incapperai nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato - per ragioni intuibili - con un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede imperterrito al vertice di una Multiutility. Non varrà nulla avere la fedina immacolata, se ci sono ragioni sufficienti che lavorano su altri terreni, in grado di spingerti a incarichi delicati, magari critici per i destini industriali del Paese. Questo è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti; figurarsi se si vorrà tirare indietro pensando che non gli tocchi un posto superiore, una volta officiato, per raccomandazione, a qualsiasi incarico. Potrei continuare all'infinito, annoiandoti e deprimendomi.

Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell'estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni.

Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.

Adesso che ti ho detto quanto avrei voluto evitare con tutte le mie forze, io lo so, lo prevedo, quello che vorresti rispondermi. Ti conosco e ti voglio bene anche per questo. Mi dirai che è tutto vero, che le cose stanno proprio così, che anche a te fanno schifo, ma che tu, proprio per questo, non gliela darai vinta. Tutto qui. E non so, credimi, se preoccuparmi di più per questa tua ostinazione, o rallegrarmi per aver trovato il modo di non deludermi, assecondando le mie amarezze.

Preparati comunque a soffrire.
Con affetto,
tuo padre

lunedì 28 settembre 2009

L’intervento di Vito Mancuso a “Torino spiritualità" Quando si dice un uomo vero Breve guida alla vita autentica di Vito Mancuso

Da Repubblica 26.09.09


Anticipiamo parte dell´intervento che pronuncerà domenica, giornata di chiusura di «Torino spiritualità», la rassegna iniziata mercoledì e intitolata «Dis-inganno. Dietro ciò che appare ciò che è».

Già con le opere d´arte l´autenticità è una questione complessa: quel crocifisso sarà veramente di Michelangelo? quei due brani saranno davvero inediti mozartiani? Spesso si accendono discussioni infuocate, ma quasi mai si riesce a stabilire chi ha ragione. Un´eccezione abbastanza spassosa si ebbe a metà degli anni Ottanta a proposito di alcune sculture a forma di teste umane ritrovate a Livorno e presto attribuite a Modigliani dai maggiori critici, e che invece poi si scoprì essere una burla ottimamente congegnata.
Ma se è complessa per gli oggetti, tanto più la questione dell´autenticità lo è per la vita, notoriamente ben poco oggettivabile. A questo proposito io mi chiedo se esista, e quale sia, il criterio dell´autenticità di una vita, e spiego ciò che intendo con una celebre pagina di Shakespeare. La battaglia di Filippi si è conclusa, i capi dei congiurati sono morti, l´assassinio di Cesare è finalmente vendicato. Nel vedere il cadavere di Bruto però, Antonio dichiara: «Gli elementi erano così composti in lui che la natura potrebbe levarsi e proclamare a tutto il mondo: Questo era un uomo!" (Giulio Cesare, 5, 5). Antonio aveva mosso guerra a Bruto fin dal primo istante, ma ora di fronte al suo cadavere sente salire dentro di sé un irresistibile senso di rispetto: «Questo era un uomo!». Io mi chiedo quale sia quella qualità che, persino di fronte a un nemico mortale, ci fa sentire in presenza di "un uomo", mentre in assenza della quale, anche con un amico o un alleato, avvertiamo di essere in presenza di uno spirito servile. Mi chiedo che cosa fa di un uomo "un vero uomo". È questo che intendo con "autenticità della vita", ed è questo l´oggetto che vado a indagare (…).
L´autenticità è una dimensione sintetica dell´esistenza, uno di quei rari concetti che può servire da sigla complessiva per definire un uomo per quello che veramente è, al di là di quello che possiede, di quello che sa, e anche al di là di quello che compie. Che un uomo non sia autentico grazie alle sue ricchezze o alla sua erudizione, penso non ci sia bisogno di rimarcare. Ma io aggiungo che non bastano neppure le azioni, perché persino dietro atti eroici e gesti sublimi di carità ci può essere solo narcisismo. Lo sottolineava già san Paolo: «Se anche dessi in cibo tutti i miei beni ma non avessi l´amore, a nulla mi servirebbe».
Io ritengo che nella pienezza del concetto di autenticità siano presenti due dimensioni, una soggettiva e una oggettiva. La prima riguarda il rapporto del soggetto con se stesso e si traduce in genuinità, spontaneità, schiettezza. La seconda riguarda il rapporto del soggetto con gli altri e si traduce in sincerità, onestà, fedeltà, giustizia. Mi soffermo anzitutto sul livello soggettivo dell´autenticità. Dato che ogni essere umano è in se stesso interiorità ed esteriorità, la situazione di autenticità soggettiva si ha quando tra l´esteriorità (le parole che uno dice, le azioni che uno compie) e l´interiorità (le intenzioni che lo animano, i sentimenti che prova davvero) c´è armonia. Un uomo così dice quello che pensa, compie quello che crede, sente davvero quello che manifesta. Ognuno di noi infatti è abitato da una duplice melodia: una melodia interiore che risuona da sé quasi in modo necessario («per l´uomo il carattere è il suo destino», diceva Eraclito) e una melodia esteriore che eseguiamo consapevolmente in relazione agli altri con le parole, le azioni, i sorrisi, i silenzi e le altre consuete cerimonie quotidiane. Ognuno contiene una sorta di polifonia: da un lato il canto fermo o basso continuo rappresentato dalla musica che scaturisce dal temperamento personale indipendentemente dalla volontà, e dall´altro il motivo dominante, più acuto, più elaborato, dato dalle azioni e dalle parole volontarie, che si sovrappone al basso continuo del temperamento. Quando tra i due motivi c´è armonia, siamo in presenza di una persona soggettivamente autentica, e questo è ciò che io definisco il primo livello dell´autenticità umana.
Esso però non basta perché esiste una seconda dimensione della vita autentica, che concerne la qualità oggettiva della prospettiva per la quale si vive. Un uomo infatti al proprio interno può essere del tutto autentico, ma tuttavia vivere per un ideale sbagliato. Il caso esemplare è il fanatismo, politico o religioso. Abbiamo a che fare con veri e propri asceti, nessun dubbio al riguardo, ma asceti dell´idiozia, talora persino del crimine. È probabile che Osama Bin Laden (una specie di Bruto alla potenza) sia soggettivamente del tutto autentico, così fedele al suo ideale da rischiare ogni giorno la vita, per di più senza festini, né ville, né escort, solo un mitra e una copia del Corano. Forse anche Hitler era così soggettivamente irreprensibile, forse anche Lenin e Stalin, forse anche i brigatisti rossi e neri. Forse anche Torquemada, il fondatore dell´Inquisizione spagnola, era soggettivamente autentico, e forse lo era anche san Roberto Bellarmino, cardinale e dottore della Chiesa, che fece bruciare vivo Giordano Bruno perché non aveva abiurato e anni dopo risparmiò l´anziano Galileo perché invece aveva abiurato, e forse lo è anche l´attuale vescovo di Recife in Brasile che ha scomunicato la madre di una bambina di 9 anni per aver autorizzato l´aborto sulla figlia in pericolo di vita perché incinta (di due gemelli) in seguito alle violenze del patrigno. Tutti uomini soggettivamente autentici. Ma l´ideale a cui un uomo è fedele può essere distruttivo per gli altri e una prigione per lui. Occorre quindi un secondo livello per una vita realmente autentica, il livello che concerne la qualità dell´ideale che attrae e modella l´energia vitale. A questo riguardo annotava Marco Aurelio: «Ognuno vale tanto quanto le cose a cui si interessa». Parole corrispondenti a quelle del suo quasi contemporaneo Gesù di Nazaret: «Dov´è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore».
A questo secondo livello il concetto di autenticità rimanda a una specie di permanente tensione di tutto noi stessi verso la verità o (che è lo stesso alla luce del concetto relazionale di verità) verso la giustizia. Si tratta di una tensione che conduce il soggetto a uscire da sé superando i suoi interessi immediati, compresi quelli del partito o movimento o chiesa in cui milita, a cui non sacrificherà mai la sua onestà intellettuale, a cui non venderà mai la sua anima. La fedeltà alla verità e alla giustizia è per lui l´unica stella polare. In questa uscita da sé il soggetto però non si perde, ma si ritrova a un livello più profondo, e si compie divenendo un vero uomo. È la vita autentica. Il vero uomo è colui che ha trovato qualcosa più grande di sé per cui vivere, ma che proprio per questo acquisisce un timbro personale inconfondibile. Si consegna a qualcosa più grande, ma lungi dall´alienarsi diviene veramente se stesso, acquisendo una peculiarità personale per descrivere la quale ricorro ancora una volta a Shakespeare: «Dammi quell´uomo che non è schiavo della passione, ed io lo porterò nell´intimo del mio cuore, sì, nel cuore del mio cuore» (Amleto, 3,2).