lunedì 21 novembre 2011

“Senza stipendio per salvare i miei operai”

di Nando Dalla Chiesa “il Fatto Quotidiano” 20.11.11

Di notte non ci dormiva. La sola idea di mettere in cassa integrazione o addirittura di licenziare
qualcuno dei suoi “ragazzi”, come chiama i suoi dipendenti, lo faceva rigirare nel letto. Eppure la
crisi picchiava, come ovunque. Una crisi “terrificante”, giunta al suo punto peggiore nel 2009,
quando ci fu “un crollo verticale delle vendite”. Vincenzo Sgambetterra ha 57 anni e una piccola
impresa, la Laryo, che vende macchine per il montaggio automatico di schede elettroniche. L’ha
fondata nel 2000, decidendo dopo decenni di lavoro dipendente di mettersi in proprio. Sede a
Villasanta, cuore della Brianza, proprio vicino al parco di Monza , tanto “che si sentono rombare le auto quando fanno le prove del Gran Premio”. A qualche chilometro c’è Pessano con Bornago, il paese dove abita. Accoglie con soddisfazione l’interlocutore a cui è giunta voce di questo piccolo
imprenditore anomalo, che pur di non chiudere l’azienda o dichiarare lo stato di crisi ha rinunciato per mesi al suo stipendio.
“In Brianza sono state molte le aziende del nostro settore che hanno chiuso o hanno fatto ricorso
alla cassa integrazione. Guardi, oggi posso dirlo con orgoglio. Qui in Laryo nessuno dei dipendenti
ha mai avuto un’ora di cassa né un euro di riduzione di stipendio. E guardi che in questa situazione fare accordi con il sindacato sarebbe stato abbastanza facile. Abbiamo deciso così tutti e tre i soci.
Io, lo Stefano Dossi che si occupa della parte tecnica e il Fabrizio Bassanello che si occupa delle
vendite. E sa perché? Perché io soprattutto ero convinto che la crisi se ne sarebbe andata, così come era venuta. Ho sempre creduto nel sistema Italia. Per questo non mi sono arreso. Abbiamo preferito rinunciare allo stipendio, pagare di tasca nostra carburante, viaggi e alberghi, e noi viaggiamo tanto, pur di non togliere liquidità all’azienda. I nostri sette dipendenti hanno capito il messaggio. Quando hanno visto le difficoltà non sono saltati giù dalla nave, non hanno cercato un posto altrove, come potevano, ma sono rimasti uniti. Non hanno fatto il discorso dipendente-padrone. Questa, prima delle macchine, è stata la forza, è il vero patrimonio dell’impresa. Il punto di partenza non per salvarla, ma per rilanciarla proprio in questo periodo. Una scelta controcorrente, gli altri ci dicevano che stavamo facendo un’autentica follia”.
“Ma io avevo un progetto: potenziare la nostra presenza, diventare non solo venditori di macchine ma diffusori di cultura tecnica. Abbiamo preso in leasing un immobile per farci dei meeting sui bisogni di conoscenza, per organizzare dei giorni della tecnologia; siamo diventati partner dell’IPC, un’organizzazione americana che detta le regole per i collaudi e l’accettazione delle componenti e ne indica le caratteristiche, in modo da avere e fornire supporto al livello più alto possibile. Così abbiamo offerto un’opportunità importantissima ai clienti, perché purtroppo è ancora molto diffuso l’atteggiamento del ghepensimì, un vero guaio nel settore del montaggio elettronico. Abbiamo convinto anche due partner ad affidarci la distribuzione europea delle loro macchine. E le sembrerà strano in Italia, ma le banche hanno capito che avevamo un progetto e non ci hanno abbandonato.
Mentre i clienti ci hanno guardato con ancora maggior fiducia. Come è andata? Alla grande. Forse esagero ma, insomma, dal 2009 al 2010 abbiamo raddoppiato il fatturato e quest’anno siamo già oltre il 50 per cento in più rispetto al 2010. E il rischio dei licenziamenti sembra svanito”.
Il signor Sgambetterra è appena tornato dalla fiera di Monaco, “l’unica che ci è rimasta nel settore”. Parla con amore contagioso del suo lavoro, precisa che loro non vendono solo ma impreziosiscono ciò che vendono, realizzando paste speciali per garantire una saldatura sotto vuoto delle schede. Spiega con minuzia scientifica le attenzioni che bisogna avere per quelle destinate a usi militari o aerospaziali. Narra la sua vita da tecnico. Arrivò a Milano nel ‘68, partito da Cittanova, provincia di Reggio Calabria. Collaudatore all’Italtel per venticinque anni (“grande esperienza ma con i momenti bruttissimi del terrorismo”), aggiornamenti intensi negli Stati Uniti sui primi modelli dicircuiti stampati, un impiego (“forse il più formativo”) all’Intertecnica e poi il licenziamento quando arrivò la crisi del Golfo, nel ‘91. “Una crisi pesantissima. Fu un trauma, mi creda. Dieci mesi senza lavoro. Penso che quel che ho
passato allora abbia inciso sulla mia scelta di non fare passare altrettanto oggi ai miei dipendenti.
Sa, vanno dai 23 ai 47 anni, e ognuno ha i suoi problemi di famiglia. Ora ho un desiderio: vedere un sistema Italia all’avanguardia. Vorrei che in questo paese si desse davvero una mano alle imprese che credono nel lavoro. A partire dal fisco. Mi sono confrontato con i miei colleghi a Monaco. Le nostre tasse sono veramente troppo alte. Quanto ai sogni, io non sono uno che metta il denaro in cima ai propri valori. I sogni li riservo a Giovanna e Valentina, le mie figlie. Anche se poi certo un desiderio grande, più privato, ce l’ho. Da realizzare con mia moglie, Maria Neve. Bellissimo nome, vero? E pensi che lei vuol farsi chiamare Marinella... Bè, vorrei prendere un camper, io amo le tende e la natura. E poi andare con lei a rivedere tutti i luoghi del mondo in cui sono stato per lavoro e che non ho mai potuto visitare per mancanza di tempo. C’è un fiordo in Svezia che mi ricordo ancora…”.

venerdì 14 ottobre 2011

Steve Jobs Stanford Commencement Speech 2005 - SUB ITA

lunedì 10 ottobre 2011

Vuoi trovare lavoro? Sali sul palcoscenico. Dilaga in Europa il progetto JobAct

Vuoi trovare lavoro? Sali sul palcoscenico. Dilaga in Europa il progetto JobAct

lunedì 3 ottobre 2011

Ricucire l’Italia, il manifesto

di Gustavo Zagrebelsky http://www.libertaegiustizia.it/ricucire-litalia/ricucire-litalia-il-manifesto/

L’anno anniversario dei 150 anni dell’Unità d’Italia rischia di concludersi così. Così, come? Con una frattura profonda.

Sempre più e rapidamente, una parte crescente del popolo italiano si allontana da coloro che, in questo momento, sono chiamati a rappresentarlo e governarlo.

I segni del distacco sono inequivocabili, per ora e per fortuna tutti entro i limiti della legalità: elezioni amministrative che premiano candidati subìti dai giri consolidati della politica; referendum vinti, stravinti e da vincere nell’ostilità, nell’indifferenza o nell’ambiguità dei maggiori partiti; movimenti, associazioni, mobilitazioni spontanee espressione di passioni politiche e di esigenze di rinnovamento che chiedono rappresentanza contro l’immobilismo della politica.

Il dilemma è se alla frattura debbano subentrare la frustrazione, l’indifferenza, lo sterile dileggio, o l’insofferenza e la reazione violenta, com’è facile che avvenga in assenza di sbocchi; oppure, com’è più difficile ma necessario, se il bisogno di partecipazione e rappresentanza politica riesca a farsi largo nelle strutture sclerotizzate della politica del nostro Paese, bloccato da poteri autoreferenziali la cui ragion d’essere è il potere per il potere, spesso conquistato, mantenuto e accresciuto al limite o oltre il limite della legalità.

Si dice: il Governo ha pur tuttavia la fiducia del Parlamento e questo, intanto, basta ad assicurare la legalità democratica. Ma oggi avvertiamo che c’è una fiducia più profonda che deve essere ripristinata, la fiducia dei cittadini in un Parlamento in cui possano riconoscersi. Un Parlamento che, di fronte a fatti sotto ogni punto di vista ingiustificabili, alla manifesta incapacità di condurre il Paese in spirito di concordia fuori della presente crisi economica e sociale, al discredito dell’Italia presso le altre nazioni, non revoca la fiducia a questo governo, mentre il Paese è in subbuglio e in sofferenza nelle sue parti più deboli, non è forse esso stesso la prova che il rapporto di rappresentanza si è spezzato? Chi ci governa e chi lo sostiene, così sostenendo anche se stesso, vive ormai in un mondo lontano, anzi in un mondo alla rovescia rispetto a quello che dovrebbe rappresentare.

Noi proviamo scandalo per ciò che traspare dalle stanze del governo. Ma non è questo, forse, il peggio. Ci pare anche più gravemente offensivo del comune sentimento del pudore politico un Parlamento che, in maggioranza, continua a sostenerlo, al di là d’ogni dignità personale dei suoi membri che, per “non mollare” – come dicono –, sono disposti ad accecarsi di fronte alla lampante verità dei fatti e, con il voto, a trasformare il vero in falso e il falso in vero, e così non esitano a compromettere nel discredito, oltre a se stessi, anche le istituzioni parlamentari e, con esse, la stessa democrazia.

Sono, queste, parole che non avremmo voluto né pensare né dire. Ma non dobbiamo tacerle, consapevoli della gravità di ciò che diciamo. Il nodo da sciogliere per ricomporre la frattura tra il Paese e le sue istituzioni politiche non riguarda solo il Governo e il Presidente del Consiglio, ma anche il Parlamento, che deve essere ciò per cui esiste, il luogo prezioso e insostituibile della rappresentanza.

Dov’è la prudenza? In chi assiste passivamente, aspettando chissà quale deus ex machina e assistendo al degrado come se fossimo nella normalità democratica, oppure in chi, a tutti i livelli, nell’esercizio delle proprie funzioni e nell’adempimento delle proprie responsabilità, dentro e fuori le istituzioni, dentro e fuori i partiti, opera nell’unico modo che la democrazia prevede per sciogliere il nodo che la stringe: ridare al più presto la parola ai cittadini, affinché si esprimano in una leale competizione politica. Non per realizzare rivincite, ma per guardare più lontano, cioè a un Parlamento della Nazione, capace di discutere e dividersi ma anche di concordare e unirsi al di sopra d’interessi di persone, fazioni, giri di potere. Dunque, prima di tutto, ci si dia un onesto sistema elettorale, diverso da quello attuale, fatto apposta per ingannare gli elettori, facendoli credere sovrani, mentre sono sudditi.

Le celebrazioni dei 150 anni di unità hanno visto una straordinaria partecipazione popolare, che certamente ha assunto il significato dell’orgogliosa rivendicazione d’appartenenza a una società che vuole preservare la sua unità e la sua democrazia, secondo la Costituzione. Interrogandoci sui due cardini della vita costituzionale, la libertà e l’uguaglianza, nella nostra scuola di Poppi in Casentino, nel luogo dantesco da cui si è levata 700 anni fa la maledizione contro le corti e i cortigiani che tenevano l’Italia in scacco, nel servaggio, nella viltà e nell’opportunismo, Libertà e Giustizia è stata condotta dalla pesantezza delle cose che avvolgono e paralizzano oggi il nostro Paese a proporsi per il prossimo avvenire una nuova mobilitazione delle proprie forze insieme a quelle di tutti coloro – singole persone, associazioni, movimenti, sindacati, esponenti di partiti – che avvertono la necessità di ri-nobilitare la politica e ristabilire la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e in coloro che le impersonano. Che vogliono cambiare pagina per ricucire il nostro Paese.

giovedì 8 settembre 2011

IL TRILEMMA CHE IMPRIGIONA L´ECONOMIA GLOBALE

Dani Rodrik - La Repubblica 8 settembre 2011



La globalizzazione è in difficoltà, ancora una volta. L´era del gold standard, con merci e capitali che circolavano liberamente, finì bruscamente nel 1914 e nessuno riuscì a resuscitare quel sistema dopo la prima guerra mondiale. Ci attende un collasso economico analogo negli anni a venire? La domanda non è peregrina. La globalizzazione dell´economia ha consentito livelli di prosperità senza precedenti nei Paesi avanzati ed è stata una manna per centinaia di milioni di lavoratori poveri in Cina e in altri Paesi dell´Asia, ma poggia su piedi malfermi. A differenza dei mercati nazionali, che normalmente sono supportati da un ampio ventaglio di istituzioni normative e politiche, i mercati globali non possono contare su fondamenta solide: non esiste nessun prestatore globale di ultima istanza, nessuna autorità di regolamentazione globale, nessun regime fiscale globale, nessuna rete di sicurezza globale e naturalmente nessuna democrazia globale. Questa governance tanto fragile espone i mercati globali a instabilità, inefficienza e deficit di legittimazione popolare.
Questo squilibrio tra il potere nazionale dei Governi e la natura globale dei mercati rappresenta il ventre molle della globalizzazione. Un sistema economico mondiale sano necessita di un delicato compromesso fra le due cose. Troppo potere ai Governi e ci si ritrova con protezionismo e autarchia; troppa libertà ai mercati e ci si ritrova con un´economia mondiale instabile e scarso consenso sociale e politico da parte di quelli che dovrebbero trarne beneficio. I primi trent´anni dopo il 1945 furono governati dal compromesso di Bretton Woods, dal nome della località di villeggiatura del New Hampshire dove americani, inglesi e altri rappresentanti delle nazioni alleate si riunirono nel 1944 per disegnare il sistema economico del dopoguerra. Il sistema di Bretton Woods era un multilateralismo leggero, che consentiva alle autorità nazionali di concentrarsi sulle esigenze sociali e occupazionali interne e contemporaneamente di lasciare spazio agli scambi commerciali globali per favore la ripresa e la prosperità. L´aspetto geniale del sistema era il suo equilibrio, che assolveva, in modo ammirevole, a più scopi.
Alla fine Bretton Woods, quando fu lasciata libertà di movimento ai capitali, si rivelò insostenibile. Negli anni 80 e 90 fu rimpiazzato da un più ambizioso programma di liberalizzazione e integrazione economica spinte, un tentativo di istituire quella che potremmo chiamare iperglobalizzazione. Gli accordi commerciali ora non si limitavano più, come tradizione, a occuparsi di restrizioni alle importazioni, ma andavano a interferire con le politiche nazionali: i controlli sui mercati dei capitali internazionali furono rimossi e i paesi in via di sviluppo furono sottoposti a pesanti pressioni per aprire i loro mercati ai commerci e agli investimenti esteri. La globalizzazione economica diventò, di fatto, uno scopo in sé.
Il risultato fu una serie di delusioni. La globalizzazione finanziaria ha finito per propagare instabilità invece che maggiori investimenti e crescita più rapida. All´interno dei Paesi, la globalizzazione ha generato disuguaglianza e insicurezza invece di migliorare uniformemente la vita delle persone. In questo periodo ci sono stati successi clamorosi, Cina e India su tutti. Ma questi sono Paesi che hanno scelto di giocare al gioco della globalizzazione non secondo le regole nuove, ma secondo quelle di Bretton Woods: invece di aprirsi incondizionatamente ai commerci e alla finanza internazionale hanno portato avanti strategie miste, con una massiccia dose di interventi pubblici per diversificare le loro economie. Nel frattempo, quei Paesi che seguivano ricette più consuete (come i Paesi latinoamericani) segnavano il passo. E la globalizzazione così è diventata vittima del suo stesso successo iniziale.
Per rimettere in piedi, su basi più solide, il nostro mondo economico, bisogna comprendere meglio il fragile equilibrio fra mercati e governance. Innanzitutto, mercati e Governi sono complementari, non alternativi. Se vogliamo più mercati e mercati migliori, dobbiamo avere più governance (e governance migliore). Il mercato funziona meglio non quando lo Stato è più debole, ma quando lo Stato è forte. In secondo luogo, il capitalismo non è un modello univoco: prosperità economica e stabilità si possono raggiungere attraverso diverse combinazioni di assetti istituzionali nel campo del mercato del lavoro, della finanza, della gestione aziendale, del welfare e così via. Le nazioni effettueranno (hanno il diritto di effettuare) scelte diverse fra questi sistemi, a seconda delle loro esigenze e dei loro valori.
Dette così possono sembrare idee trite e ritrite, ma hanno implicazioni enormi per quanto riguarda la globalizzazione e la democrazia, e per capire quanto possiamo prendere in presenza degli altri. Una volta capito che i mercati per funzionare bene hanno bisogno di istituzioni pubbliche di governo e di vigilanza, e anche che le nazioni possono avere preferenze diverse sulla forma che queste istituzioni e queste normative possono assumere, abbiamo cominciato a raccontare una storia che ci conduce a dei finali radicalmente diversi.
In particolare cominciamo a comprendere quello che io definisco il «trilemma» politico di fondo dell´economia mondiale: non è possibile perseguire simultaneamente la democrazia, l´autodeterminazione nazionale e la globalizzazione economica. Se vogliamo far progredire la globalizzazione dobbiamo rinunciare o allo Stato-nazione o alla democrazia politica. Se vogliamo difendere ed estendere la democrazia, dovremo scegliere fra lo Stato-nazione e l´integrazione economica internazionale. E se vogliamo conservare lo Stato-nazione e l´autodeterminazione dovremo scegliere fra potenziare la democrazia e potenziare la globalizzazione. I problemi che abbiamo nascono dalla nostra riluttanza a confrontarci con queste scelte ineluttabili.
Far progredire insieme la democrazia e la globalizzazione è possibile, ma il trilemma suggerisce che per fare una cosa del genere sarebbe necessario creare una comunità politica globale, un progetto molto, ma molto più ambizioso di qualsiasi cosa si sia vista in passato o si possa immaginare di vedere in un futuro prossimo. La governance democratica globale è una chimera, che sembra difficile da realizzare perfino in un raggruppamento ben più ristretto e coeso come l´Eurozona. Qualunque modello di governance globale si possa sperare di realizzare in questo momento potrà servire a supportare solo una versione molto limitata della globalizzazione economica.
Dunque dovremo fare delle scelte. Io non ho dubbi: la democrazia e la determinazione nazionale devono prevalere sull´iperglobalizzazione. Le democrazie hanno il diritto di proteggere i loro sistemi sociali, e quando questo diritto entra in conflitto con le esigenze dell´economia globale, è quest´ultima che deve cedere. Restituire potere alle democrazie nazionali garantirebbe basi più solide per l´economia mondiale, e qui sta il paradosso estremo della globalizzazione. Uno strato sottile di regole internazionali, che lascino ampio spazio di manovra ai Governi nazionali, è una globalizzazione migliore, un sistema che può risolvere i mali della globalizzazione senza intaccarne i grandi benefici economici. Non ci serve una globalizzazione estrema, ci serve una globalizzazione intelligente.


lunedì 1 agosto 2011

Lezioni di austerità da De Nicola a Ciampi

di Filippo Ceccarelli La Repubblica 31.07.2011


SEMBRA incredibile al giorno d' oggi, ma in Italia c' è stato un tempo in cui il potere non aveva bisogno di impartire lezioni di austerità. Era certo un dato naturale, se si vuole anche una triste necessità. ERA comunque una causa di forza maggiore, i disastri della guerra e le sofferenze patite da tanti cittadini sconsigliavano mega-staff, super-stipendi, iper-rimborsi, ultra-agevolazioni previdenzialie sanitarie, abitazioni deluxe, distribuzioni massive di Rolex e gitarelle in elicottero. Ma forse è arrivata l' ora di riconoscere che c' era, nell' esempio dei vecchi padri fondatori della Repubblica,e poi anche nella seconda generazione, qualcosa cheè andato irrimediabilmente perduto, e che mai come in questi giorni sarebbe ingiusto bollare come banale o fanatico pauperismo. E allora, tanto per rimanere al vertice delle istituzioni va detto che certe sere, nella sede provvisoria della Presidenza della Repubblica a Palazzo Giustiniani, Enrico De Nicola arrivò a cuocersi da solo due uova al tegamino, come un povero impiegato, scapolo per giunta. I membri del governo Bonomi, d' altra parte, si erano abituati a mangiare tutti insieme: il cameriere passava con un vassoio di polpette e nell' atto di servirle si chinava intimando con rispettosa fermezza: «Due, signor ministro». Alcuni leader tendevano persino a digiunare: «Non è il caso che il compagno Togliatti - disse Stalin e verbalizzò Secchia - si comporti come un asceta». E se i parlamentari della Costituente ottennero quale agognato benefit la tessera per girare gratis in autobus per Roma, un complesso sistema di turni consentì ad alcuni fortunati di prendere addirittura posto in un palco al teatro dell' Opera. Era il tempo aspro,è vero, delle grandi passioni ideologiche. E degli scontri in Parlamento e in piazza, anche sanguinosi. Eppure, una volta arrivato al Quirinale Luigi Einaudi, nei cui fantastici diari si trovano puntuali annotazioni riguardo alla quantità di uova prodotte dalle galline di famiglia, la leggenda luminosa di quella remota frugalità si rispecchia nell' apologo della pera che alla fine di un pasto il Capo dello Stato cominciò a osservare sospirando: «Per me è troppo grande: c' è qualcuno che vuole dividerla con me?». E viene da pensare agli sforzi dell' oggi, non solo alla benemerita iniziativa del Quirinale, ma anche a quell' ombra di penitenza che pare di cogliere in questi giorni nella "Repubblica delle pere indivise", tagli al bilancio delle Camere, sindaci come Fassino o Pisapia che riducono il numero dei collaboratori. Un po' perché non ci sono più i soldi; un altro po' perché la Casta - e dire che il fortunato best-seller di Stella e Rizzo è ormai vecchio di quattro anni - comincia a percepire nel paese qualcosa che le fa paura. Per andare in America, De Gasperi si fece prestare il cappotto da Piccioni. Nenni se lo rivoltava. La Pira e Dossetti sostenevano che con i sandali «si arrivava prima in Paradiso». Ma anche in seguito, per lungo tempo, i potenti non pensarono affatto che la loro condizione si risolvesse in comodità, privilegi, "guide rosse" (come diceva Andreotti) e belle figure tendenti alle smargiassate. Ancora alla metà degli anni ' 70 alcuni deputati democristiani dormivano nei conventi e alla Casa del Pellegrino, e c' erano onorevoli del Pci che per risparmiare passavano la notte in treno. E Almirante dava ripetizioni; e Pertini, di tasca sua, regalò un foulard alla mamma di Carter; e Ciampi pretendeva che i dirigenti di Bankitalia non girassero su automobili vistose; e Ugo La Malfa giunse a minacciare la crisi contro la tv a colori. A riprova che il buon esempio di solito è dato da chi nemmeno se ne rende conto, oppure arriva quando tutto sta sull' orlo del baratro, e l' unica speranza in questi casi è che non sia - come sembra oggi - troppo tardi.

martedì 5 luglio 2011

L'importanza del "Buongiorno" salutare ci fa sentire meno soli

Ilvo Diamanti La Repubblica 5 luglio 2011


DA SEMPRE HO l'abitudine di salutare, sempre, quando incontro qualcuno. L'ho appresa da bambino. Frutto di un'educazione tradizionale, si direbbe oggi. L'ho mantenuta fino a oggi. Così, nei miei percorsi quotidiani saluto tutte le persone che incrocio. Soprattutto, intorno a casa, a Caldogno, quando mi faccio guidare dal cane. (Lui - meglio: lei, la mia piccola Cavalier - sceglie l'itinerario mentre io leggo.) Oppure a Vicenza, in centro. O ancora a Urbino o a Urbania. A volte anche altrove.

Quando incontro qualcuno, da solo, mi è difficile fingere di non vederlo. Distogliere lo sguardo. Ma poi perché? Allora saluto con un cenno, con un buongiorno.

Un "ciao", quando si tratta di persona conosciuta. Serve a stabilire una relazione. Un legame. Nulla di vincolante. Ma la persona con cui hai "scambiato" il saluto - dopo - non è più un "altro". Diventa un "prossimo". Magari non troppo "prossimo". Perché il "prossimo" è qualcuno che ti sta vicino dal punto di vista della distanza non tanto (solo) fisica, ma emotiva e cognitiva. La persona che saluti diventa qualcuno che "ri-conosci" anche se non lo conosci.

Qualcuno che, a sua volta, ti ri-conosce, per reciprocità. Un "quasi" prossimo. Un "non estraneo". Un cenno di saluto serve, dunque, a tracciare un perimetro dentro il quale ti senti maggiormente a tuo agio.

Meno estraneo. Come avviene dovunque tu conosca o almeno riconosca qualcuno. Altrimenti, per quel che mi riguarda, mi sento spaesato. Fuori con-testo. Non dispongo, cioè, di un testo condiviso, di un linguaggio comune ad altri, anche se espresso senza parlare.

Perché non c'è bisogno di parole per comunicare con gli altri. Se non amici: non conoscenti. O, almeno, ri-conoscenti. Non è sempre facile, lo ammetto. Anzi, lo è sempre meno. Soprattutto da quando l'urbanizzazione ha stravolto i luoghi in cui vivo. Dove abito. Da quando lo spazio intorno a casa si è condensato e al tempo stesso liquefatto. Sovraffollato. Si è trasformato in una plaga immobiliare, una non-città, dove sono affluite centinaia e centinaia di persone. Sconosciute.

A me, ma anche tra loro. Non è facile salutare le persone (?) che incontro. D'altronde, è divenuto sempre più difficile trovare un po' di verde. Guidato dal mio cane, allungo il percorso e mi sposto sempre più in là, sempre più lontano. Anche se ormai gli spazi verdi sono quasi scomparsi. E i pochi rimasti sono destinati a scomparire presto. Inseguiti ed erosi da nuovi insediamenti residenziali, da nuove strade e da nuove rotonde. Così, mentre costeggio cantieri e prati residuali, case abitate e altre che verranno, incontro perlopiù altre persone che accompagnano i loro cani. O viceversa (come me). Ma è difficile rivolgere loro un saluto. Perché non mi vedono. Occupate, al cellulare, a parlare con altre persone lontane. Oppure isolate da tutti, soli con il loro iPod.

Ed è difficile, altrettanto difficile, salutare gli altri ("altri"), quelli che escono di casa mentre passo. Non importa se a 100 metri o a un chilometro da casa mia. Tanto non conosco quasi nessuno, di questi nuovi arrivati (o magari è da parecchio tempo che abitano nel quartiere, ma è lo stesso, perché sono anonimi. Non hanno un nome. Non li conosco e non si conoscono, neppure tra "vicini"). Quando li incontro e li saluto, con un buongiorno e (o) un cenno del capo, alcuni rispondono. Ri-cambiano. (Le donne, soprattutto.)

Altri si limitano a un gesto imbarazzato. Un po' sorpresi. Altri ancora non rispondono. Non dicono e non fanno nulla. Tirano dritto. Come non mi avessero visto. E forse è vero, è proprio così. Abituati a stare e a essere soli. Non si accorgono della mia presenza. O, comunque, preferiscono ignorarmi. Alcuni, infine, non rispondono ma mi guardano storto. Irritati più che stupiti. Percepiscono il mio saluto come un'intrusione. E si chiedono, mi chiedono, con lo sguardo, cosa io voglia da loro. E perché non me ne stia al mio posto. Cioè, lontano. Fuori dalla loro vista e dalla loro vita. Abitanti di questo mondo senza relazioni e senza società, guardano ma non vedono. E non ascoltano. Temono chi si avvicina troppo. (E non è un caso che gli "stranieri" suscitino imbarazzo e fastidio. Al di là di ogni altro problema: ci "avvicinano" e ci danno del tu).

Il prossimo, ha scritto Luigi Zoia, è morto da tempo. Sostituito da surrogati elettronici, che offrono mediazioni mediatiche infinite. Promuovono rapporti indiretti e im-personali. Apatici invece che empatici. Ma io non mi rassegno e continuo, continuerò a cercarlo. Il prossimo. A costruirlo, raffigurarlo. Intorno a me, almeno. Il prossimo. Anche se ridotto a un saluto, un cenno del capo. Non rinuncerò a guardare gli "altri" in faccia. Per egoismo. Per non sentirmi circondato "solo" da "altri". Cioè, per sentirmi meno "solo".